25 MAGGIO 1944/2021 – RESISTENZE DI IERI, RESISTENZE DI OGGI –

Sandro Pertini venne a Latina due volte. La prima il 27 Settembre 1940, durante il regime fascista, da prigioniero politico. La Commissione provinciale per i provvedimenti di polizia di Littoria decise di relegarlo al confine politico sull’isola di Ventotene perché “pericolosissimo per l’ordine nazionale”. La seconda il 18 Dicembre 1982, per celebrare i 50 anni della fondazione di Latina, da Presidente della Repubblica; quella per cui lottò per oltre vent’anni contro il regime fascista.

Giovedì 25 Maggio 1944.

Littoria, dopo un anno di azioni partigiane locali, viene definitivamente liberata grazie alle forze alleate inglesi.
Inizia così il nuovo percorso democratico della città, segnato quasi immediatamente dal cambio di nome in Latina.

Nei 77 anni di storia di Latina non c’è mai stata una ricorrenza ufficiale dell’evento, trascurato, se non rimosso, da una politica repubblicana legata ancora ad un passato nostalgico.

Martedì 25 Maggio 2021, abbiamo percorso le vie e le piazze della città per una “Passeggiata di resistenza”, per ricordare un evento simbolo della storia cittadina.

Imprimere la storia nelle strade della città; targhe, monumenti e vie diventano luoghi per la trasmissione di memoria.

Colonialismo e fascismo non finirono con la Liberazione e continuano a vivere negli spazi costruiti, negli usi di quegli spazi, nei significati e in quell’insieme attraverso il quale il potere politico e simbolico si esprime nella vita quotidiana di una città.

Lavorando sulla toponomastica abbiamo immaginato un percorso in cui ripercorre non solo la storia delle nefandezze del regime, ma anche la storia democratica italiana e della nostra città.

Siamo partiti da Passeggiata Sandro Pertini per rendere omaggio a un antifascista condannato e mandato al confino dallo stesso tribunale di Littoria. Tornerà in città soltanto nel 50° della fondazione.

Le tre tappe successive, Via Adua, via Neghelli e via Lago Ascianghi, sono collegate dal filo nero del colonialismo italiano in Etiopia. Ricordano stragi ed eccidi, uso di armi chimiche e sentimenti di rancore, riscatto e redenzione per la sconfitta subita alla fine del ‘800 durante la prima campagna imperialista italiana. Il mito degli “italiani brava gente” che il fascismo ergeva a baluardo, si sgretola di fronte alle violenze perpetrate dall’offensiva fascista sulla popolazione etiope. Joban Singh è il nome che vorremmo sentire al posto di Lago Ascianghi. Migrante, bracciante, sfruttato per un salario da fame e mai regolarizzato, in seguito anche ad un dramma familiare è caduto in una cupa spirale e si è tolto la vita. Una richiesta di aiuto contro lo sfruttamento rimasta inascoltata, come la sua ce ne sono molte altre.

Proseguendo sul tema di lavoro, sfruttamento e diritti civili, ci siamo spostati in Piazza del Popolo, ex Piazza del Littorio. Il 30 settembre 1968 infatti, 3000 operai si ritrovarono a manifestare in sciopero contro il sistema delle gabbie salariali, portando l’adesione nelle fabbriche oltre il 90%. La manifestazione è stata una delle più importanti in tutto il Paese e segnò un cambio di passo per l’ampliamento dei diritti sociali degli operai pontini, che furono i primi ad ottenere l’abolizione del nuovo sistema salariale.

Sciopero sindacale e manifestazione contro il sistema delle gabbie salariali. 3000 gli operai in Piazza del Popolo. Nelle fabbriche la media di adesione e tra il 90 e il 95%. Secondo lo storico Paul Ginsborg nella suo libro Storia d’Italia 1943-1996, riconosce gli operai pontini furono i primi a rivendicare ed ottenere, con scioperi e manifestazioni, l’abolizione delle gabbie salariali. Questa giornata è una tappa all’interno del percorso di lotte, degli anni ‘60 e ‘70, del movimento operaio e democratico italiano per l’ampliamento dei diritti sociali.

Abbiamo proseguito il nostro cammino passando per Largo Peppino Impastato, ricordando la sua lotta contro mafia e fascismo, contro l’indifferenza del silenzio, l’oppressione.

Ci siamo poi spostati su Via Padre Giuliani, un frate domenicano che aderì convintamente e fin da subito al fascismo, entrando nelle formazioni dei Fasci italiani da combattimento prima, poi diventando cappellano delle Camicie Nere. Partecipò attivamente alla guerra d’Etiopia dove trovò la morte, venne mitizzato dalla Repubblica Sociale Italiana e gli vennero conferite una medaglia d’oro, una d’argento e due di bronzo al valor militare, “un perfetto milite fascista, obbediente, spartano, fideisticamente convinto della bontà e del successo della causa nazionale”. Abbiamo simbolicamente rinominato questa via a Giorgio Marincola, partigiano somalo-italiano medaglia d’oro al valor militare, che a soli 22 anni venne ucciso nella strage di Molina di Fiemme (TN) il 4 Maggio 1945, l’ultima strage nazista compiuta su territorio italiano.

Piazza San Marco, l’11 dicembre 1940, vide invece l’arresto di Luigi Bozzo, contadino trevisano che abitava nelle case popolari di Littoria, per aver detto “Maledetto è chi ha fondato Littoria e non il vento” ed essendosi fatto sentire da un netturbino che si lamentava del vento che gli disperdeva l’immondizia raccolta. Ricordare questa storia fa riflettere su come la repressione in città era sempre presente, una forza attiva che perseguiva il minimo disappunto, ma anche come vi fosse un senso di “disfattismo” di una parte della cittadinanza nei confronti del regime.

Passando per Via Gramsci, ci siamo poi diretti verso Piazza della Libertà, ex Piazza XXIII Marzo, data della fondazione dei Fasci italiani da combattimento. Proprio da qui Mussolini pronunciò il discorso sulla fondazione della provincia di Littoria, l’ultimo atto della propaganda retorica fascista nel capoluogo pontino. Ad oggi è l’unico luogo a ricordare esplicitamente la lotta di liberazione dal nazifascismo; è il luogo della liberazione dal caporalato, dallo sfruttamento, dalla marginalità sociale; è il luogo delle lotte dei braccianti per l’autodeterminazione dei popoli e delle classi subalterne, lotte che hanno cancellato il significato monumentale e propagandistico della piazza voluto dal fascismo.

Abbiamo voluto concludere il nostro percorso a Parco Falcone e Borsellino, sotto il monumento dei caduti a tutte le guerre, da dove si irradiano vie che ricordano località di Istria e Dalmazia in cui si è combattuta la Prima Guerra Mondiale (Istria, Dalmazia, Martiri della Dalmazia, Pola, Fiume, Zara), territori esplicitamente parte della propaganda d’offensiva fascista.
Lo abbiamo voluto fare in ricordo delle bande dei monti Lepini, dei gruppi Roncuzzi, Piazza, Gozzer, Masella e Ricci, del raggruppamento partigiano Monte Circeo, del gruppo patrioti Littoria e di tutte e tutti le/i partigiani, patrioti e democratici che hanno liberato la nostra città e provincia dal nazifascismo, avviandola verso il cammino repubblicano e democratico.

Con questo percorso abbiamo voluto raccontare storie celate nella città e significati nascosti nei nomi delle vie che altrimenti non verrebbero messi in discussione, di cui non si parlerebbe.
Vorremmo lanciare con ciò un appello all’attuale amministrazione comunale per togliere la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini e assegnarla a Gino Rossi, partigiano del gruppo Bandiera Rossa, ucciso al Forte Bravetta in Roma, arrestato per l’attività partigiana compiuta nell’Agro Pontino, e a Gina Piazza, ebrea di Roma arrestata il 24 Novembre 1943 alla stazione di Littoria Scalo e deportata al campo di concentramento di Auschwitz, per la quale vorremmo venisse intitolata una targa a suo nome nel sottopassaggio dell’attuale stazione

Chiediamo l’istituzione ufficiale del 25 Maggio come Giornata della liberazione della città dal nazifascismo, facendo diventare inoltre un simbolo e una speranza per chi lotta oggi contro il silenzio, la violenza e lo sfruttamento.

Il progetto del 25 Maggio è solo un’attività preliminare per un progetto sulla costruzione di un archivio sonoro-museale urbano di storia contemporanea nelle strade della città di Latina, per la diffusione della storia del colonialismo e della resistenza e per una diffusione della storia dei movimenti sociali, operai e democratici delle classi subalterne del territorio pontino-lepino.

Ripercorri l’itinerario storico del 25 Maggio

Questo lavoro è stato ispirato da “Viva Zerai“, per una topografia dei fantasmi del colonialismo nelle nostre città, dalle suggestioni del collettivo Wu Ming sul blog GIAP, sopratutto riguardo la “Guerriglia Odonomastica” e dal progetto “RIC – Resistenze in Cirenaica

Simone Sabatino – La Storia (cover)

La resistenza è una delle pagine più significative della storia del nostro paese, un momento in cui ogni singola persona ha fatto la storia, è stata storia.
Nel mio contributo ho voluto cantare, molto umilmente, una delle canzoni che più rappresenta, a mio parere, la forza del sentimento popolare, “La storia” di Francesco De Gregori.
L’ho suonata con la mia vecchia chitarra, un po’ acciaccata. Ma che ancora resiste.
Buona resistenza a tutti.

Simone Sabatino

Via Joban Singh

Joban Singh era un ragazzo di 25 anni, uno dei tanti braccianti, migranti e non, del nostro territorio.
Uno dei tanti invisibili che ogni giorno per un salario da fame, in condizioni di grave sfruttamento, lavora nelle campagne dell’Agro Pontino.
Una mancata via d’uscita dalla condizioni di sfruttamento, un dramma familiare e il rifiuto della regolarizzazione da parte del padrone hanno gettato Joban in una cupa spirale da cui non è riuscito a uscire.
Joban è l’ultimo dei tanti emarginati la cui morte viene invisibilizzata dal clima di generale di indifferenza razzista.
Queste morti celano una richiesta d’aiuto inascoltata da una politica che giustifica e minimizza le condizioni di sfruttamento e ostacola l’agire di chi invece sul territorio prova a cambiare le cose.
Sono una richiesta d’aiuto ignorata anche dalle comunità cittadine che, di fronte alle agromafie e al caporalato, preferiscono voltare la testa e coprire con un silenzio omertoso una violenza sistematica e strutturale.

Joban Singh, come George Floyd, rappresenta un esempio di soprusi che gli oppressi di tutto il mondo subiscono quotidianamente da parte di questa società razzista e capitalista.

Il 20 Giugno, per la Giornata Internazionale dei Migrant* e dei Rifugiat*, verso la manifestazione Black Lives Matter a Latina, abbiamo rinominato simbolicamente via Lago Ascianghi, dedicandola alla memoria di Joban Singh e di tutt* gli/le sfruttat*. Questa via, come le vicine e centralissime Via Neghelli e via Adua, rappresenta la tronfia e ostentata celebrazione di una delle pagine più tragiche della storia d’Italia: quella del Colonialismo Italiano. Vicende, troppo spesso volutamente ignorate, coperte dal falso mito degli “Italiani brava gente”. All’orrore del colonialismo italiano opponiamo il ricordo degli oppressi e degli sfruttati come Joban Singh, Soumaila Sacko, Mohamed Ben Ali e George Floyd perché queste strade diventino simboli di lotta verso un altro mondo possibile, privo di schiavitù, sfruttamento e ingiustizia sociale.

Non vogliamo mettere una targa priva di significato utilizzando la toponomastica come vuoto strumento di propaganda elettorale. La nostra è una azione di guerriglia odonomastica, un riflettore acceso sulle lotte dei braccianti nelle nostre campagne e degli sfruttati di tutto il mondo. Perché la lotta di un* sia la lotta di tutt*!

📖 L’articolo di Marco Omizzolo su il manifesto sulla storia di Joban https://ilmanifesto.it/punjab-italia-senza-ritorno/

#blacklivesmatter #NoJusticeNoPeace

Collettivo 6 GennaioLatina

Monti Volsci – Anima selvaggia del Lazio

I Monti Volsci, con i loro 95 km di estensione, sono la più grande catena del Lazio le cui massime elevazioni superano di poco i 1500 metri (Monte Semprevisa, 1536 m s.l.m.; Monte Petrella, 1533 m s.l.m.). Delimitata dai fiumi Sacco, Liri-Garigliano a nord est e dalle pianure costiere (Agro Romano, Pianura Pontina, Piana di Fondi) e il Mar Tirreno a sud ovest, la catena dei Monti Volsci comprende tre gruppi montuosi maggiori: i Monti Lepini, Ausoni e Aurunci.
Ma perchè considerarli un’unica catena a tutti gli effetti? Scopriamolo insieme.

Quali sono gli aspetti geologici comuni all’interno della catena dei Monti Volsci?

Gli aspetti geologici raccontano una storia ricchissima di peculiarità e possono essere descritti da diversi punti di vista che rispondono ai diversi campi della Geologia.
Risponderemo con il punto di vista della della Stratigrafia, della Geomorfologia, della
Vulcanologia e della Tettonica.

Stratigrafia

L’intera catena dei Monti Volsci è costituita da calcari della piattaforma tropicale Laziale-Abruzzese, un vasto insieme di enormi distese di mare basso lagunare con alcuni sparsi isolotti che ha mantenuto grossomodo questa forma nel corso del Mesozoico. Le rocce più antiche della Piattaforma Laziale-Abruzzese affiorano nel gruppo dei Monti Aurunci occidentali a Gaeta.
Nel Corso del Giurassico e del Cretaceo, questi ambienti si sono periodicamente adattati alla progressiva variazione del livello marino e della disposizione delle placche che nel corso del Cretaceo iniziavano a creare dei corridoi utili al passaggio dei dinosauri e rettili marini le cui tracce sono state scoperte a Sezze, Terracina, Esperia e Prossedi. In questo periodo, inoltre, abbondantissime erano le Rudiste (un ordine estinto di molluschi bivalvi), i cui resti possono essere osservati in tutta la catena.

Geomorfologia

Come mostra chiaramente la carta geografica fisica, i Monti Volsci sono un’unica catena montuosa costituita principalmente di carbonati, ossia di calcari e dolomie. Si tratta di rocce che con la loro progressiva dissoluzione ad opera delle piogge danno vita a paesaggi carsici meravigliosi tipici di questa catena.

Vulcanologia

La catena dei Monti Volsci è compresa tra i rilievi vulcanici dei Colli Albani a Nord-Ovest e Roccamonfina a Sud-Est che da circa 600.000 anni hanno invaso con colate pericolastiche le valli carsiche. Le più lontane sono state riempite soprattutto dal materiale si ricaduta. Oltre a questi depositi la catena ospita una serie di centri vulcanici molto piccoli, ma le cui radici sono estremamente profonde, che hanno dato luogo ad esplosioni freatomagmatiche che hanno lasciato tracce nell’intera catena Volsca (Valvisciolo, Prossedi, Pisterzo, Villa Santo Stefano, Patrica, Ceccano, Pofi, Roccagorga, Maenza, Giuliano di Roma, Morolo). Di questa attività resta il calore della terra e la risalita di gas vulcanici in alcune sorgenti sulfuree sulla fascia pedemontana Lepino-Ausona, a Suio e in zona Ferentino.

Tettonica

Un’ulteriore caratteristica che rende unici i Monti Volsci è data dalle dinamiche che
scandiscono tempi e modi della messa in posto delle varie unità tettoniche che hanno caratteri simili e storia geologica comune a tutta la dorsale dal settore settentrionale lepino a quelli meridionali dei gruppi aurunci.
I Monti Volsci per come li conosciamo oggi sono il prodotto del raccorciamento della crosta avvenuta nel corso del Miocene tra circa 12 e 5 milioni di anni in risposta alla subduzione della placca Adriatica al di sotto dell’Appennino. Nel corso del Pliocene, circa 4 milioni di anni fa, a seguito del collasso della catena Appenninica che insisteva in quella che ora è la piattaforma continentale tirrenica della nostra penisola, i Monti Volsci sono passati dalla compressione alla distensione come quella che colpisce l’intera catena appenninica. Nuove faglie profonde fino a oltre 10 km hanno dislocato i blocchi esasperando l’antica topografi innalzando così la catena rispetto alle sue valli.

Quali sono gli aspetti bio-ecologici comuni all’interno della catena dei Monti Volsci?

La biogeografia analizza la distribuzione nello spazio e nel tempo di fauna e flora, cercando
di individuare l’insieme di eventi geologici, climatici ed evolutivi che l’hanno determinata. I Monti Volsci hanno iniziato ad emergere dal mare nel corso del Miocene superiore, ed è a partire da questo periodo che sono stati colonizzati gradualmente dalla fauna e dalla flora che ora li popola.
Una caratteristica che li contraddistingue rispetto ad altre catene appenniniche è la compresenza di fitocenosi marcatamente mediterranee, distribuite su entrambi i versanti, e di elementi più tipicamente montani. Questo è da spiegarsi con la presenza di quote pienamente ascrivibili al piano Montano (1000-1500 m), e con la vicinanza della linea di costa, che nel corso del Messiniano e per parte del Pliocene ha circondato la catena su tuttii lati, grazie alla presenza di un golfo marino/lacustre nelle attuali valli Latina e Lirina, che ha così accentuato l’insularità del gruppo rispetto al territorio circostante e consentito l’espansione di elementi meridionali verso nord e verso l’interno. Alcuni esempi floristici di relitti terziari a carattere mediterraneo sono Centaura cineraria, Pimpinella lutea, Athamanta sicula e la purtroppo estinta Ambrosina bassii. Inoltre la presenza di golfi e bacini interni ha garantito un clima maggiormente “oceanico”, con la conseguente diffusione lungo la ripida linea di costa di endemismi floristici tirrenici rupicoli di grande valore, come Cymbalaria glutinosa, Campanula fragilis subsp. fragilis, Campanula tanfanii e soprattutto il rarissimo endemita laziale Campanula reatina. Successivamente, nel Pleistocene, periodi glaciali freddi si sono alternati a interglaciali caldi. In questa fase i monti Volsci hanno rappresentato a più riprese un’importante area di rifugio, sia per le specie maggiormente termofile durante le fasi fredde (rifugi glaciali), sia per alcune specie nordiche o montane discese con il freddo e sopravvissute solamente alle quote più alte (rifugi postglaciali). Alcuni esempi della funzione di rifugio glaciale sono la persistenza di specie terziarie come il Tasso (Taxus baccata) e l’agrifoglio (Ilex aquifolium), mentre esempi di rifugio postglaciale sono offerti da Talpa caeca, Rosalia alpina e dalla Coturnice (Alectoris graeca).

L’orientamento della catena, parallelo alla penisola, l’ha resa inoltre un vero e proprio ponte biogeografico lungo l’asse Nord-Sud durante l’alternanza di fasi glaciali e interglaciali. Qui si trova pertanto il limite biogeografico per numerosi taxa vegetali (p.es. Alnus cordata, Ophrys laicatae, Apshodeline liburnica, Thymbra capitata, Orobanche sanguinea, Orchis militaris) e animali (Coronella girondica, Neogobius nigricans, Cobitis zanandreai, Esox cisalpinus), ma anche il punto di contatto tra specie vicarianti che si sono incontrate durante la ricolonizzazione della penisola dai rifugi glaciali d’origine, talvolta ibridandosi: spiccano in questo senso le specie appartenenti all’erpetofauna (Lissotriton vulgaris/italicus, Zamenis lineatus/longissimus, Hierophis viridiflavus/carbonarius) e di insetti (Cordulegaster trinacriae/boltonii).
I rifugi glaciali costituiscono inoltre siti elettivi per l’evoluzione di specie endemiche e subendemiche, anche a causa dell’isolamento. Oltre alla già citata flora rupicola, troviamo Sempervivum riccii, Viola cassinensis e ben due specie di Iris: Iris relicta e Iris setina, la seconda strettamente esclusiva dei Volsci. Anche la fauna presenta caratteri peculiari dovuti all’esistenza di un rifugio glaciale: le popolazioni di Salamandrina di Savi (Salamandrina perspicillata) per esempio mostrano tratti genetici unici rispetto a quelle del resto d’Italia.Gli endemismi faunistici sui Monti Volsci sono associati quasi sempre ad un’altra caratteristica comune: il carsismo. La natura carbonatica della catena favorisce la fessurazione e la formazione di cavità ipogee, dove l’acqua scorre facendosi strada fino alle pianure alluvionali circostanti. Ed è proprio l’abbondanza di grotte e inghiottitoi che ha consentito l’evoluzione di una fauna troglobia notevole, rappresentata da circa 20 specie di insetti, 5 specie di aracnidi e 1 crostaceo. Il carsismo determina anche un’abbondanza di risorgive pedemontane, soprattutto lungo tutto il versante tirrenico, dove sopravvivono ecosistemi acquatici ricchissimi di specie a carattere relittuale o residuale, come l’orchidea Anacamptis palustris, l’Azzurrina di Mercurio Coenagrion mercuriale e la trota “mediterranea” (aplotipi mitocondriali ME) denominata Salmo cettii.

Perchè Monti “ Volsci” ?

I Volsci erano un antico popolo italico di lingua indoeuropea, dall’origine incerta le cui prime attestazioni si hanno nell’Appennino centrale (Val Roveto). Stabilitisi nel Lazio meridionale tra il VI e il V sec. a.C., in particolare nell’area dei Monti Lepini ed Ausoni, il loro territorio coprì progressivamente amplie porzioni del Latium Vetus e del Latium Adiectum.
Nel periodo di massima espansione il loro dominio si estendeva da Anzio a Cassino, da Velletri a Formia. Colonie e città dei Volsci erano presenti in molti luoghi che avevano ruoli strategici nei collegamenti dell’epoca come la Valle del Sacco, la Valle del Liri e la Valle dell’Amaseno. Proprio al centro delle terre dominate dai Volsci si ergono le catene dei monti Lepini, Ausoni e Aurunci, ed è per questo che dal XIX sec. alcuni storici e scrittori iniziarono ad usare “Monti Volsci” o “Catena dei Volsci” per identificare questo comprensorio montuoso, come Giuseppe Micali in “Storia degli Antichi Popoli Italiani” (1835), Octavian Blewitt in “Handbook for Travellers in Central Italy” (1843) e Ferdinand Gregorovius in “Itinerari Laziali” (1854 – 1873), tratto da “Wanderjahre in Italien”.

Perchè è importante oggi trattare i Monti Volsci come un’unica catena?

Oltre alle ragioni scientifiche e storiche che abbiamo appena visto, trattare i Monti Volsci come un’unica catena è fondamentale oggi per preservarne la ricca biodiversità che li caratterizza.
La continuità ecologica e geografica della catena richiede, infatti, una gestione comune del patrimonio naturale: attuare strategie comuni per la preservazione degli ecosistemi montani significa proteggere in maniera più consistente ogni specie che li abita, si pensi ad esempio
alla realizzazione di corridoi ecologici all’interno dell’intera catena, ossia zone di habitat che connettono tra loro popolazioni biologiche altrimenti separate da barriere o attività antropiche. Ciò consentirebbe non solo ad alcune specie di spostarsi ed avere, quindi, un habitat più grande a disposizione, ma creerebbe anche uno scambio di individui che contrasterebbe gli effetti negativi della ridotta diversità genetica delle popolazioni isolate. Inoltre, il riconoscimento della catena dei Monti Volsci come un unico macro-ecosistema pone le basi per la realizzazione in futuro di un parco naturale esteso a tutto il comprensorio e non frammentario o del tutto assente, come nel caso dei Monti Lepini, il gruppo più settentrionale della catena Volsca.

Monti Volsci – Anima Selvaggia del Lazio
Gruppo informale di volontariato per la conoscenza e la divulgazione del patrimonio naturalistico e culturale dei Monti Volsci
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Nasce il Collettivo 6 Gennaio – Latina

Il 6 Gennaio 1913 nella città di Roccagorga, sui monti Lepini, i soldati del re reprimono nel sangue la protesta dei contadini e delle classi subalterne della città contro la mala-amministrazioni e lo sfruttamento da parte dei latifondisti.
Ad un anno di distanza viene rifondata la Società di Mutuo Soccorso tra contadini, rinominata VI Gennaio in memoria dei caduti di quella Pasqua Rossa.
Questa è solo una delle tante organizzazioni mutualistiche che, nel nostro territorio, all’inizio del ‘900, hanno organizzato le masse di sfruttati contro i padroni per il diritto alla terra e al lavoro.
In questo momento storico, di crisi sanitaria, sociale e dei diritti, riteniamo che sia proprio il mutualismo lo strumento più adatto a rispondere alle necessità dei nostri territori.
Ci hanno lasciato un presente di macerie, inquinato dalle azioni di chi ha messo i propri profitti davanti alla vita di tutt*, animali, umani e del pianeta. Noi rispondiamo costruendo un futuro ecologista, anticapitalista e solidale.
Viviamo in un mondo che ci vuole in competizione, dall’università, al lavoro, alla vita privata, costruendo un sistema meritocratico che avvelena le nostre coscienze e ci spinge a rincorrere standard preconfezionati e plastificati. Ci vogliono ingranaggi passivi, saremo i granelli di sabbia che bloccano le macchine del loro sfruttamento.
Crediamo nell’importanza fondamentale dell’intersezionalità delle lotte, all’insegna del mutuo-aiuto e facendo del sindacalismo ad insediamento multiplo il nostro modo di agire.
Crediamo che il fenomeno mafioso sia una delle tante manifestazioni dell’ingiustizia e dell’oppressione della società che viviamo. Vogliamo che la nostra lotta sia un’antimafia sociale, che punti a costruire un nuovo sistema di welfare, capace di contrastare dal basso qualsiasi sfruttamento e sopraffazione.

Siamo antifascist, antisessist, antirazzist*, transfemminist e anticapitalist*.
Siamo chi vive le strade, le piazze, i rioni, i quartieri e i borghi, precar, sfruttat, malpagat, senza diritti né tutele.
Siamo studenti e studentesse in lotta contro la privatizzazione dell’istruzione pubblica e la mercificazione del lavoro.

Siamo circondat* da spazi pubblici che sono di tutt, ma nello stesso tempo di nessun, spazi privati legati al profitto e alla logica del “mio” e del “tuo”.
Scenderemo nelle strade per ribadire l’uso comune, quello che si fonda sull’apertura, l’inclusione e la partecipazione.
Siamo internazionalist* perché la lotta di ognun* è la lotta di tutt*, dalle piazze femministe del Cile alla Palestina, dalle montagne del Chiapas a quelle del Rojava.
Vogliamo che il nostro spazio, fisico o virtuale, sia un laboratorio prolifico di idee, un collante fra individui e collettività che si propongano la giustizia sociale e un mondo senza sfruttamento né frontiere come fine, il rovesciamento del sistema capitalistico come mezzo e il mutualismo come pratica costante di lotta.

Collettivo 6 Gennaio – Latina

illustrazione del compagno e amico Peter Vento

Carta dei gruppi resistenti dei Monti Volsci – 1944

Carta del dislocamento dei gruppi resistenti nei Monti Volsci settentrionali tra il settembre 1943 e il maggio 1944.

A seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943 e dell’avanzata Alleata attestatasi sul Garigliano nell’ottobre 1943 lungo la Línea Gustav, diversi militari sbandati dell’esercito italiano fedeli a Badoglio si organizzarono in gruppi resistenti. A questi si aggiunsero molti giovani che si erano dati alla macchia e molti altri mossi da ideali politici o dal riscatto. Il reclutamento volontario nel gruppo settentrionale dei Monti Volsci favorì delle azioni partigiane che tenevano impegnate le truppe nazi-fasciste nelle retrovie, fiaccando il morale delle forze dell’asse e convincendo gli Alleati del valore e della conversione di una parte del popolo italiano.

Sui Monti Lepini e sul gruppo del Siserno i gruppi partigiani arrivavano a contare fino a una quarantina di uomini per gruppo. I gruppi non ebbero attività costante ma spesso furono supportati dalla popolazione locale e quando potevano portavano avanti azioni di sabotaggio nelle zone di Patrica, Ceccano e Supino come anche ai bordi dell’agro pontino cercando di bloccare le vie di comunicazione.

La mappa è stata realizzata a partire dal libro “Monti Lepini 1943-1945. Occupazione, Resistenza, Liberazione” di Franco Capirossi e dal libro “Ceccano e la guerra 1944 – 2014. Dal terrore e dalla violenza alla libertà e alla pace” di Gianluca Coluzzi.
Note alla carta: MV= Monti Volsci; 1) attività del gruppo non documentata;
2) gruppo disciolto poco dopo la formazione.

Monti Volsci – Anima selvaggia del Lazio

Gruppo informale di volontariato per la conoscenza e divulgazione delle conoscenze naturalistiche e culturali del territorio dei Monti Volsci.

Una Storia Resistente: Partigiane ferraresi di Pontinia

Storia di una colona comunista ferrarese

Questo racconto breve è tratto da un altro racconto più ampio scritto da me. Condensa le storie che ho sentito nella mia infanzia. Ci sono le esperienze di alcune famiglie ferraresi emigrate durante la bonifica a Pontinia, che tornarono come sfollati nelle zone d’origine durante la guerra.

Bondeno (Fe) Febbraio 1945

Ada alle cinque stava già pedalando verso Stellata. Le campagne erano coperte dalla brina, tipica di una giornata invernale come quella. Doveva fare presto. Sapeva che i tedeschi e i fascisti giravano in cerca di ostaggi. Doveva avvisare per tempo tutte le compagne delle borgate di Bondeno entro le otto del mattino. Ada e le sue compagne avevano il compito di radunarsi davanti al municipio e creare scompiglio alle camicie nere. Correndo come una forsennata, Ada era riuscita ad avvisare ogni compagna; dalle rive del Po agli ultimi poderi riuscì a bussare ad ogni porta.
Alle dieci iniziarono ad radunarsi; Silvana, Lidia e Vittorina erano già li con i cartelli in mano. In pochi istanti più di duecento donne si riversarono sotto il municipio.
<Basta guerra! Vogliamo la Pace e il Pane!> gridavano alcune donne…
Un altro gruppetto urlava: <Morte al fascio!>
Tutte quante agitavano i bastoni e i cartelli. In poco tempo la rabbia, covata per anni,esplose. Incominciarono a lanciare sassi contro i finestroni.
<Ada, dai su. Proviamo ad entrare> disse la Vittorina.
Come un’unica grande onda, le donne bondenesi sfondarono i portoni e incominciarono a cercare gli archivi.
<Bruciate l’anagrafe!> gridò una giovane.
<Fate presto. Prima che arrivino i fascisti.> esclamò Ada.
In poco tempo venne appiccato un incendio. Intanto una squadra fascista era stata avvisata e si stava avvicinando al centro.
Silvana, che era rimasta di sotto inseme con altre compagne giunse di corsa urlando: <LE CAMICE NERE! ARRIVANO LE CAMICE NERE!>
Fu il panico. Tutte incominciarono a scappare in ogni direzione. Nella confusione Ada riconobbe una donna. Non ne conosceva il nome, sapeva soltanto che era seduta davanti a lei sul treno che la portò a Littoria dieci anni prima. Nel frattempo i militi incominciarono a sparare qualche raffica contro le dimostranti.
<Svelta andiamo via> Ada la acciuffò e incominciarono a correre verso le campagne.<Nascondiamoci dai Marchetti, loro mi hanno sempre dato una mano> esclamò la giovane. Le due corsero per molti chilometri senza mai lasciarsi fino al podere dei Marchetti e lì, finalmente, poterono tirare un sospiro di sollievo.
Almeno per qualche ora.

Luciano

“Vi ricordate quel 18 Aprile?”- Primo sciopero dei braccianti dell’Agro Pontino

“Vi ricordate quel 18 Aprile?” è il titolo di un canto del 1948 scritto – a seguito della sconfitta del Fronte Popolare alle elezioni della prima legislatura repubblicana, che ha segnato la fine della speranza dei partiti di sinistra di trasformare radicalmente la società – da Lanfranco Bellotti, un contadino militante del P.C.I.

“Vi ricordate quel 18 Aprile” eseguita dal Nuovo Canzoniere Italiano
Ci ragiono e canto è uno spettacolo di canti popolari portato sulle scene da Dario Fo nel 1966.


Subito dopo quella sconfitta elettorale, però, i movimenti delle classi subalterne, operai e democratici hanno continuato, con scioperi e occupazioni delle fabbriche e della terra, molto spesso represse nel sangue, a lottare per la giustizia sociale contro lo sfruttamento dei padroni. Un lungo filo rosso di lotte: dagli scioperi a rovescio alle manifestazioni contro le gabbie salariali, dall’occupazione e autogestione delle fabbriche ai movimenti studenteschi. Una delle estremità di questo filo rosso viene tessuta il 18 Aprile 2016, 68 anni dopo quel 18 Aprile.
In quella giornata calda e luminosa, Piazza della Libertà si riempie di migliaia di braccianti dell’Agro Pontino, con le braccia incrociate e le facce arrabbiate e stanche di essere sfruttate dai padroni.

Lo sciopero del 18 Aprile 2016


La piazza di Latina di quel 18 Aprile, colorata di rosso dalle centinaia di bandiere della Flai CGIL, vede per la prima volta 4000 braccianti Sikh dell’Agro Pontino scendere in piazza per denunciare il sistema di sfruttamento dei padroni, il caporalato e le agromafie che gestiscono una parte importante della filiera agroalimentare del territorio pontino.

“Una manifestazione da molti definita storica” scrive Roberto Ciccarelli, sulle pagine de Il Manifesto, all’indomani dello sciopero. “Questi braccianti lavorano in serra e nei campi per 3.50 euro l’ora, meno della metà della paga stabilita dal contratto; l’orario di lavoro è senza regole e le condizioni in cui sono costretti ad alloggiare spesso sono indecenti. In questi mesi l’organizzazione ha portato alcuni risultati. In alcune aziende del pontino i braccianti hanno chiesto i salari arretrati, il riconoscimento dei giorni realmente lavorati in busta paga e il bonus degli 80 euro di Renzi. In molti casi risulta in busta paga, ma raramente arriva nelle tasche dei braccianti Sikh.”
In un Report del 2016 di In Migrazione, cooperativa nata nel 2015 e impegnata nella ricerca, nell’accoglienza e nel sostegno agli stranieri in Italia, fotografa bene la situazione di sfruttamento nelle campagne pontine.
“La comunità Sikh nella provincia di Latina” si legge nel dossier scaricabile integralmente qui “è per lo più impegnata in agricoltura e subisce uno sfruttamento particolarmente duro sul lavoro, ricevendo in cambio salari miseri. Alcuni recenti studi, sottolineano come per questi cittadini si prospetti una vita professionale caratterizzata dalle cosiddette “delle cinque P”: pesanti, precari, pericolosi, poco pagati, penalizzati socialmente.”

Lo sciopero del 18 Aprile ha segnato un punto di svolta in questa lotta.
Sia dal punto di vista mediatico, a livello nazionale e internazionale, ma anche della nuova consapevolezza di una comunità pontina, per troppo tempo volutamente cieca davanti ad un dramma sociale così consolidato. Una condizione di sfruttamento talmente radicata che sembra molto simile alle condizioni dei contadini di Sezze, alla fine dell’800, riferite dall’edizione romana dell’Avanti. Nelle immagini qui sotto è riportato integralmente un articolo del 30 Settembre 1898 che racconta uno di questi scioperi.

Nel libro di Dario Petti ” Clementina Caligaris . Storia di una consultrice”, che insieme al libro Palude Rossa, dello stesso autore, descrive la nascita e le lotte del movimento socialista e contadino nel lepino-pontino, vengono descritte le condizioni dei braccianti setini che, all’epoca, costituivano la maggioranza della popolazione.
«Sfruttati dai grandi proprietari terrieri, vivono in condizioni di grave povertà, concentrati nella verde e prosperosa valle di Suso dove moltissimi abitano in umili capanne che contrastano con le sfarzose ville di campagna delle più importanti e facoltose famiglie setine.»
Una situazione di miseria e sfruttamento molto simile a quelle raccontate dalla ricerca decennale di Marco Omizzolo: sociologo, responsabile scientifico di In Migrazione, presidente del centro studi Tempi Moderni e ricercatore Eurispes, che ha condotto ricerche, con il metodo della osservazione partecipata, lavorando insieme ai braccianti nelle campagne.

Come riportato in un articolo del settimanale Il Caffè, commentando l’arresto di un titolare di un’azienda agricola di Latina, Marco Omizzolo racconta di come quest’ultimo affittasse a 5 braccianti, per 100 euro al mese, una baracca prefabbricata senza luce, acqua e con copertura in eternit. Ognuno di loro lavorava per il padrone 12 ore al giorno, tutti i giorni, per 600 euro, senza nessun contratto, senza nessun diritto.

Le condizioni di lavoro erano pesanti. Si lavorava dall’alba al tramonto con brevi soste per i pasti, in gruppi di quindici-venti persone guidate da un caporale o da un fattoretto. Essi ci svegliavano molto prima del sorgere del sole e quando giungevamo sul campo non si vedeva ancora. E così la sera. Si continuava a zappare e sgobbare fin dopo l’Ave Maria. E se qualcuno si lamentava o tentava di protestare, correva il rischio di essere bastonato dal fattore o di qualche caporale molto zelante.

Luigi Orsini (Sezze 1901-1980) Contadini.
Testimonianza raccolta nel libro “Le storie della Semprevisa”(26Lettere Edizioni, 2015) di Fausto Orsini, una raccolta di fiabe popolari dei paesi dei Monti Lepini e di testimonianze di vita, tra ‘800 e ‘900, nelle paludi pontine. La citazione è raccolta anche nel libro di Dario Petti ” Clementina Caligaris . Storia di una consultatrice”, Atlantide Editore, 2019

Il mio lavoro è brutto. Io lavoro sempre, tutto il giorno per pochi soldi. (…)Vado con bici al campo dalle 7.00 fino a sera tardi verso le 17 o le 18. Dipende da quanto vuole che io lavoro il padrone. Troppa fatica. Padrone (…) sempre molto duro. Io no capisco l’italiano e padrone troppo duro con me e i soldi sempre pochi. Da contratto io ho 8 euro, ma padrone mi dà 3 o 4 Euro, dipende da come vuole lui. Come è possibile così vivere? (…) Io sono un bravo lavoratore, sempre zitto, mai problemi. Io non faccio come gli italiani che quando lavorano troppo, lasciano tutto e vanno via. Io sto sempre zitto e lavoro ma mai soldi, come è possibile? Sono stanco: due, tre, cinque mesi senza stipendio, non è vita così. (…). Io devo sempre chiedere un po’ di soldi al padrone ma quei soldi sono
miei, perché io devo chiederli? Lui si compra grandi macchine e tanta terra con i miei soldi, io
cosa compro senza soldi? Il padrone mi deve dare ancora 5 mila euro. (…) Io sono un bravo
sikh e un bravo lavoratore ma lui no è un bravo padrone.

Hardeep, bracciante di 30 anni
Testimonianza raccolta nel dossier di InMigrazione “Il Punjab pontino
Cliccando la copertina del libro potete leggere la scheda sul libro della fondazione Feltrinelli

Le ricerche di Marco Omizzolo si sono trasformate in lotta: in occupazioni delle serre e in scuole di sindacalismo nelle campagne, alimentando la consapevolezza che i diritti non sono un privilegio.
“Sono diventato bracciante tra braccianti indiani sfruttati per osservare, indagare capire e infine organizzare insieme a loro le forme migliori di contrasto e mobilitazioni contro padroni, padrini e contro tutto il sistema di norme, prassi, pregiudizi e interessi responsabili delle più moderne forme di schiavitù” scrive Marco Omizzolo in Sotto Padrone – Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana, libro che racconta gli oltre 10 anni di studi, lotte e conquiste di diritti.
Un libro fondamentale non solo per la ricchezza di documentazioni e di testimonianze, ma sopratutto perché è la prova di come la lotta per l’autodeterminazione e la giustizia sociale si realizza solo quando questi concetti sono profondamente interiorizzati nei membri di una comunità.
«Dopo circa dieci anni di semina che alcuni dicevano fosse al vento, di utopia irrealizzabile di diritti calpestati che nessuno aveva il coraggio di raccogliere e curare, di vite spezzate, di corde tese intorno al collo degli ultimi, di gambe che pedalavano stanche di notte e notti in cui mille lucine bianche sulla fronte di mille uomini si muovevano silenziosi dentro le serre, era venuto il tempo della nostra rivoluzione, quella possibile in quel momento e quella in cui avevo creduto fin dall’inizio e nella quale continuo a credere. Quella rivoluzione non sarebbe durata solo un giorno, sarebbe durata anni. »

Il video della manifestazione contro il caporalato e per la legalità dei braccianti sikh del 18 Aprile 2016


Vittorio Foa, nell’introduzione del libro Alla Riversa di Giuseppe Cantarano, scrive che i contadini dei Monti Lepini, protagonisti degli scioperi a rovescio tra il 1951 e il 1952, non hanno nulla a che vedere con la figura del “combattente ” e dell’eroe, ma sono «figure umane complete di lavoro e vita, di coraggio e anche di paura, di acuta consapevolezza dei bisogni immediati e di senso della costruzione del futuro. »
Così sono oggi i braccianti in lotta dell’Agro Pontino, così sono i resistenti di oggi.
Quando ci chiederanno “Vi ricordate di quel 18 Aprile?” ci ricorderemo di quello del 2016, come della nuova umanità in cammino verso un’utopia realizzabile: quella di diritti, uguaglianza e giustizia sociale per tutti.

Luca Santangelo ( CSA Extera; https://nellestradedimaurilia.wordpress.com/)

Link per approfondire

  • https://ilmanifesto.it/per-noi-sikh-nei-campi-lemergenza-non-vale/ articolo di Marco Omizzolo su Extraterrestre de il manifesto sulla condizione nelle campagne pontine durante la crisi da Coronavirus.
  • https://www.flai.it/primo-piano/emergenza-coronavirus-lettera-appello-della-societa-civile-alle-istituzioni/ Lettera-appello alle Istituzioni per la tutela dei migranti nei ghetti di FLAI-CGIL
  • The Harvest di Andrea Paco Mariani
    Gurwinder viene dal Punjab, da anni lavora come bracciante delle serre dell’Agro Pontino. Da quando è arrivato in Italia, vive insieme al resto della comunità sikh in provincia di Latina. Anche Hardeep è indiana, ma parla con accento romano, e si impegna come mediatrice culturale. Lei, nata e cresciuta in Italia, cerca il riscatto dai ricordi di una famiglia emigrata in un’altra epoca, lui è costretto, contro le norme del suo stesso credo, ad assumere metanfetamine e sostanze dopanti per reggere i pesanti ritmi di lavoro e mandare i soldi in India.
    Un docu-musical che, per la prima volta, unisce il linguaggio del documentario alle coreografie delle danze punjabi, raccontando l’umiliazione dei lavoratori sfruttati dai datori di lavoro e dai caporali. Due storie che si intrecciano nel corso di una giornata, dalle prime ore di luce in cui inizia il lavoro in campagna alla preghiera serale presso il tempio della comunità. Un duro lavoro di semina, fatto giorno dopo giorno, il cui meritato raccolto, tra permessi di soggiorno da rinnovare e buste paga fasulle, sembra essere ancora lontano. https://www.openddb.it/film/the-harvest/
  • Punjitalia: gli schiavi sikh nell’Agro Pontino di Marco Silvestri
    All’ombra del Circeo, sud del Lazio quasi al confine con la Campania, vive una comunità di oltre settemila indiani che da anni coltiva e tiene fertile l’agro pontino al costo di 3 euro l’ora. Sono gli schiavi sikh e li possiamo vedere tutti i giorni andare al lavoro sulle loro biciclette. Ne abbiamo sentito parlare lo scorso maggio quando per la prima volta hanno portato avanti proteste e vertenze contro le inaccettabili condizioni di sfruttamento cui sono sottoposti.
    https://www.raiplayradio.it/playlist/2018/04/Punjitalia-tre-soldi-Radio3-Sikh-37e53fae-9abc-4dc6-b8af-0594d12a86e0.html

La liberazione è un esercizio quotidiano

Quest’anno il 25 Aprile sarà diverso.
Non ci saranno le piazze, i pranzi popolari, i canti tutt* insieme, ma ci saranno. la memoria, la condivisione di idee, di riflessioni e la lotta.
Per quest’anno abbiamo pensato di creare uno spazio in occasione del 75° anniversario della Liberazione, un luogo virtuale dove ritrovarci, stare insieme e condividere la storia delle Resistenze di ieri e di oggi nel e oltre il territorio pontino-lepino.
Questo spazio sarà aperto da oggi fino al 2 Giugno per poter diffondere la storia della Resistenza locale in occasione del 25 Aprile e dell’anniversario della Liberazione della provincia di Littoria, discutere di lavoro e di pratiche resistenti in occasione del Primo Maggio e ricordare la storia di Luigi Di Rosa nell’anniversario del suo assassinio. Invitiamo quindi student, storic, attivist* e militanti, artist* e chiunque voglia partecipare, ad inviarci il proprio contributo a csaextera@gmail.com o tramite la nostra pagina Facebook. Tutti gli articoli, le riflessioni e gli spunti artistici saranno pubblicati qui e sul nostro blog https://csaextera.home.blog/speciale-25-aprile/

Come partecipare

  1. Produci un contributo scegliendo tra le seguenti categorie:
    • 📖 Storia Resistente – Articoli, testi e testimonianze audio e video sulla storia della Resistenze nel territorio Lepino-Pontino di ieri e di oggi
    • ✍️ Racconto Resistente – Riflessioni, idee e spunti per una narrazione resistente del mondo che ci circonda
    • 🎨 Arte Resistente – Dipinti, disegni, collage, canzoni, testi teatrali, libri letti ad alta voce, poesie
  2. Compila il form qui sotto
  3. I contributi saranno pubblicati sul nostro blog dal 17 Aprile al 2 Giugno

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L’eccidio di Pratolungo

In località Prato Lungo, verso Cisterna (Lt), i tedeschi uccidono 12 ostaggi per rappresaglia per l’uccisione di un militare ed il ferimento di un altro da parte di un contadino del quale stavano tentando di violentare la moglie.
Una data importante da ricordare non solo per la vicinanza politica, amministrativa ed economica del nord della nostra provincia al territorio di Velletri ma anche per comprendere la repressione e la violenza delle forze nazifasciste nel nostro territorio.

Le informazioni sull’Eccidio sono state raccolte dall’Atlante stragi nazifasciste in Italia, un progetto a cura dell’ Istituto Nazionale Ferruccio Parri e dell’ Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – ANPI
Qui la pagina dedicata all’eccidio http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2207
A questo link potrete conoscere la storia dei 25 episodi di violenza nazifascista nell’attuale provincia di Latina dal 9 Settembre 1943 al 26 Maggio 1944 http://www.straginazifasciste.it/?page_id=234

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